Yes we can. Si può fare. Recitava così lo slogan che trascinò Obama alla vittoria nelle elezioni presidenziali tre anni fa e chissà che Cesare Prandelli non si sia ispirato alla volontà di cambiamento e rinnovamento che animava il presidente americano nello scrivere il suo manifesto sul nuovo corso del calcio azzurro.

Perchè, forse non tutti se ne sono accorti, l’impresa di Prandelli ha i contorni di uno snodo epocale, un fatto storico per la Nazionale: una squadra che per la prima volta (almeno nell’epoca recente) riesce a conquistare il passaggio agli europei in anticipo e perdipiù con una precisa idea di gioco nella testa e nelle gambe. Sembrano passati anni luce da quelle noiose e stantie partite della Nazionale che nei turni di qualificazione snobbava regolarmente gli avversari per poi tirare fuori gli attributi solo nei momenti chiave. Pur senza il supporto di giocatori superstars, di fuoriclasse di grido (alla Cristiano Ronaldo per intenderci) da un anno a questa parte la nostra Nazionale ha ripreso a giocare calcio. Un calcio moderno, fluido, fatto di idee e qualità ed anche fruttifero se si pensa ai 22 punti su 24 nel girone, al record di imbattibilità della porta difesa da Buffon (quasi 700 minuti), all’unico gol subito in otto gare. Numeri che certificano un piccolo miracolo.Certo, può obiettare qualche maligno, di fronte non avevamo avversari mostruosi, ma se si considera che un anno fa l’undici di Prandelli iniziò il viaggio verso l’europeo senza storici fuoriclasse come Totti, Del Piero, Cannavaro e con una folta pattuglia di esordienti e giovani, allora si può capire come la qualificazione ad Euro 2012 assume i contorni di un’impresa. Ma qual’è la lezione che il calcio italiano deve apprendere da Prandelli e dai suoi ragazzi? In primis che l’etica del lavoro e l’esempio finiscono sempre per ripagare. Il codice etico varato dal commissario tecnico e dal suo staff ha dato i frutti sperati: le bizzarrie e gli atteggiamenti plateali in campo hanno lasciato il posto ad una squadra affiatata e corretta (bassissimo il numero di cartellini gialli e rossi nel girone per gli azzurr). In tempi di apparenza e stravaganze da parte di dirigenti, calciatori e presidenti degni dello star-system holliwoodiano è una lezione da tenere a mente. L’altra lezione (e questa dovrebbero impararla soprattutto i presidenti) è che i risultati nel calcio sono spesso il frutto della pazienza e del lavoro, un aspetto praticamente sconosciuto alle nostre latitudini, dove i padroni delle squadre licenziano gli allenatori prima ancora dell’avvio del campionato (emblematici i casi di Donadoni e Pioli), fanno e disfano le rose come se fosserro al fantacalcio e si accapigliano per i diritti televisivi invece di incrementare il merketing ed investire negli stadi. Infine l’ultima lezione (e quella forse più importante) è che giocare bene al calcio e fare anche risultati è possibile, la Nazionale lo ha dimostrato, basta avere solo un pò di coraggio. Che tutti lo tengano bene a mente. fabio carangio

 

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