Una voragine talmente ampia da risucchiare 28 Comuni. Le città che rischiano di affogare in un maxi buco contabile sono quelle che fanno parte del Consorzio Idrico Terra di Lavoro. A farne le spese, manco a dirlo, come sempre i contribuenti. Fa tremare i polsi il bilancio 2019 dell’ente sovracomunale che negli anni, con il colpevole avallo della politica, si è trasformato in un carrozzone clientelare. Il passivo patrimoniale ammonta a 19.601.239 di euro. Una cifra da capogiro. Che potrebbe far saltare il banco di tutti gli enti locali consorziati. Un indebitamento indecente. Le casse dell’Idrico sono rosso fuoco. A fronte di crediti pari a 213.804.871 milioni si registrano debiti per 236.393.209 milioni. Mancano all’appello quasi 20 milioni di euro, appunto. Un disastro finanziario che dovrebbe indurre il management del Consorzio a dimettersi in blocco per oggettiva incapacità gestionale e a non uscire di casa per i prossimi 20 milioni di anni. Il peso maggiore ricade sulle spalle del presidente del consiglio di amministrazione Pasquale Di Biasio. Il neo supporter del consigliere regionale Giovanni Zannini è da lunghissimo tempo il dominus dell’ente strumentale. Praticamente è diventato “cosa sua”. Ma gli altri membri del cda non possono certo sottrarsi dalle loro gravi responsabilità. Meritano di essere messi all’indice il vicepresidente Raffaele Palmieri (San Felice a Cancello), Pietro Crispino (Marcianise), Mimmo Iovinella (Sant’Arpino) e Vitaliano Ferrara (Sparanise). Per il ruolo che ricoprono vanno posti sul banco degli imputati anche Gianfranco L’Arco (Sparanise) e Anacleto Colombiano (San Marcellino), rispettivamente presidente e vicepresidente dell’assemblea generale.

Pasquale Di Biasio e Giovanni Zannini

Però i mandanti dell’omicidio del Terra di Lavoro sono da ricercare nel mondo della politica. Il Consorzio Idrico si è fin dalla sua nascita tramutato in una mucca da mungere. Assunzioni di “clienti” a raffica. Vertici nominati solo per collocazione partitica, spesso addirittura correntizia. Il tanto decantato merito è stato riposto nel cassetto. Risultato? Le casse dell’ente strumentale assomigliano a un colabrodo. I numeri sono impietosi. Le disponibilità liquide passano da 873.283 euro del 2018 a soli 113.603 euro del 2019. Un decremento di ben 759.680 euro che peraltro non è nemmeno indicato correttamente nelle carte, quasi come se i conti fossero fatti col pallottoliere. Non è l’unico capitolo a non quadrare. Un altro esempio. In bilancio si rileva un totale fondo per rischi ed oneri di 4.942.988 euro, mentre dalla nota integrativa tale fondo risulta pari a zero. Non solo. Nella prima tabella si evidenzia un fondo svalutazioni di 2.403.327 euro. Altre vistose discrepanze contabili balzano agli occhi per quanto concerne i debiti, esposti in bilancio per euro 236.393.209 per l’esercizio 2019 (217.090.799 euro per il 2018). Nella nota integrativa il valore iniziale risulta ammonta a 209.533.950 euro nella prima tabella e a 214.598.096 nella seconda tabella. Entrambe le cifre non coincidenti con il valore esposto in bilancio. Per non parlare di ratei e risconti. Non sono riportati gli importi. Insomma, dalla nota integrativa non è possibile chiarire la provenienza e la natura di importanti voci di bilancio. Che vergogna. Il cda se ne vada subito. E i consiglieri regionali si facciano da parte. Una cosa è fare voti. Ben altra fare politica. Quella con “P” maiuscola.

(continua…)

I COMUNI CHE FANNO PARTE DEL CONSORZIO IDRICO TERRA DI LAVORO

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