di Riccardo D’Antonio

Ricordate la lettera che la BCE ha spedito all’Italia in estate in seguito all’aggravarsi della crisi del debito pubblico? Quella firmata da Trichet e Draghi? La lettera che “costringeva” l’Italia ad agire, chiedendo immediatamente riforme ed impegni che ci consentissero di “ristabilire la fiducia degli investitori” nel nostro debito pubblico. In quella lettera si chiedeva al governo (riassumendo):

1) “Misure significative per accrescere il potenziale di crescita”, tra cui: una strategia di liberalizzazioni dei servizi pubblici e delle professioni, una riforma del sistema di contrattazioni collettiva dei salari e una riforma del diritto del lavoro che consenta di introdurre un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un “insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi”.

2) Misure per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche, con aggiustamenti considerevoli alle pensioni (e all’età pensionabile), un impegno a perseguire una drastica “riduzione dei costi del pubblico impiego” e soprattutto una immediata riduzione dell’assunzione di debiti da parte delle amministrazioni centrali e locali, anche per finanziare le spese correnti.

3) Immediate misure per “garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese”. Con un particolare riguardo, negli organismi pubblici, all’utilizzo “di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)” e all’esigenza “di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province”).

Credo che questo sia il punto di partenza per poter giudicare la manovra Monti. Ebbene, una parte delle misure richieste erano già state intraprese da Tremonti, ma riguardavano soprattutto il versante aumento del carico fiscale e gli era stato rinfacciato da più parti di aver avuto un approccio “ragionieristico” e non aver inteso lo spirito della lettera, che invitava l’Italia non solo a mettere a posto i conti aumentando le tasse (chiedendo sacrifici agli Italiani), ma auspicava un completo ammodernamento dell’apparato statale, che ci consentisse di superare al meglio la fase di stagnazione economica, in cui siamo da ormai 10 anni.

Tanto è vero che lo stesso Mario Monti, in un editoriale sul Corriere della Sera (http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_03/monti_manovra-troppo-timida-per-crescere_e567ccd4-a543-11e0-980c-35d723c25df8.shtml), seppur lodando il rigore di bilancio di Tremonti, dichiarava: “[…]va detto che nella politica economica del governo, anzi dei governi Berlusconi – in carica per 8 degli ultimi 10 anni e per 7 anni ispirata e guidata dal ministro Tremonti – sono sempre più evidenti i danni arrecati dal fatto che la grande, risoluta e indispensabile determinazione contabile non è stata e non è oggi ancorata ad alcuna strategia concreta e credibile di politica economica. […] Più modesto, ma più pressante è il compito di avere una visione su come l’Italia possa conquistare più competitività, più crescita, più equità; di coinvolgere in un tale progetto le forze economiche, sociali, culturali e politiche; di attenersi ad esso nell’azione di governo. Altrimenti, un governo può forse vincere la battaglia del numeratore (del rapporto debito/PIL, ndr) ma, a causa della rivincita del denominatore, è il Paese intero che perde. Il concetto dovrebbe essere alla portata anche dei non economisti. […] Purtroppo, né nel programma nazionale delle riforme né nella manovra ora varata il governo affronta adeguatamente il tema della crescita, cioè di come fare aumentare il Pil dell’Italia, che da molti anni cresce parecchio meno che negli altri Paesi europei. La Commissione europea, nelle sue raccomandazioni, ha insistito molto sulle misure necessarie a questo scopo. Ma il governo, forse per non creare scontento in categorie sociali che ancora sembrano sostenere questa maggioranza, è stato particolarmente timido. Va nella direzione giusta la liberalizzazione degli orari dei negozi (anche se sperimentale e molto limitata) ma poco o niente viene fatto per immettere più concorrenza nel settore dei servizi in generale, nelle industrie a rete (trasporti, energia, telecomunicazioni), nelle professioni. E poco viene fatto per ridurre, subito e in misura significativa, il peso sull’economia e sulla società italiana degli esorbitanti costi del sistema politico, peraltro scarsamente «produttivo» in termini di decisioni prese tempestivamente per la crescita del Paese.”

Quindi con Mario Monti finalmente al governo e Tremonti in cantina, ci si sarebbe attesi finalmente una serie di riforme, nello spirito richiesto dalla BCE, che ci consentissero di uscire finalmente dalla palude della stagnazione e recuperare crescita ed equità (come peraltro promesso reiteratamente anche nel discorso di insediamento alla Camera e al Senato). Invece, come del resto è ampiamente chiaro da una prima lettura della nuova finanziaria, il nuovo governo si è inserito nel solco della piena continuità con Berlusconi e Tremonti, anzi dopo le due manovre di luglio e settembre, questa mi sembra appunto la Tre-Monti ter, con una serie di misure odiose e fondamentalmente inutili per il Paese: la riforma delle pensioni con l’aumento dell’età pensionabile e il blocco della rivalutazione delle rendite influirà sui conti pubblici per circa l’1% del PIL all’anno (ricordo che invece il debito è al 120% del PIL); la reintroduzione dell’ICI, avrà probabilmente pesanti effetti sui conti di parecchie famiglie, già duramente provate dalla crisi o da licenziamenti, che si erano indebitate per inseguire il sogno della casa di proprietà; l’aumento delle accise sui carburanti avrà effetti recessivi su un Paese che fonda la sua catena logistica sul trasporto su gomma ed è dotato di un sistema di mezzi pubblici fatiscente.

Non sono stati nemmeno capaci di approntare un’asta (come è stato fatto nel resto del mondo) per assegnare le frequenze radiotelevisive, che consentisse di recuperare qualche miliardo di euro, preferendo regalare le frequenze a RAI e Mediaset, segnalando una perfetta continuità col governo precedente. Osservo anche che: le promesse e sbandierate liberalizzazioni si sono limitate a timidissimi provvedimenti circa la vendita di farmaci con ricetta e un rafforzamento dei poteri dell’Antitrust sugli ordini professionali.

Si è dato un contentino a Confindustria con le agevolazioni circa gli utili (?) reinvestiti e il bonus IRAP per giovani e donne (norme che appunto agevoleranno principalmente le grandi aziende e non le piccole e medie che costituiscono la stra-grande maggioranza): se non si vedono schiarite all’orizzonte perché un imprenditore dovrebbe assumere nuovi dipendenti con un incentivo di qualche migliaio di euro? Gli “economisti” al governo sanno che le assunzioni vengono fatte quando ci si attende una fase di espansione e non di recessione? Cosa è stato fatto per efficientare l’apparato statale? L’accorpamento dell’INPDAP e dell’ENPALS nell’INPS più alcune riduzioni nelle authority e nelle province? Misure che non meritano nemmeno di essere commentate! E la patrimoniale? E la lotta all’evasione?? E la riforma del diritto del lavoro??? Poco o nulla!!!!

Mi spiace, ma la nuova finanziaria è l’ennesima occasione sprecata, in questo caso nemmeno da una classe politica incapace, ma addirittura da un governo di tecnici-burocrati che guardano l’Italia da una torre d’avorio, ostinati nella loro richiesta di sacrifici, ripeto per lo più inutili o ininfluenti! Spero solo si tratti di un diversivo per guadagnare tempo con la speranza che si arrivi ad un accordo europeo per la risoluzione definitiva della crisi. Ma forse sono un illuso ad attendermi una tale astuzia da parte di un governo che appena insediato ha dato ben poca prova di sé. Confido invece in sviluppi positivi dall’Europa altrimenti sono in arrivo molte altre lacrime e sangue.

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