di Riccardo D’Antonio

Qualcuno ha mai provato ad afferrare al volo un coltello che cade dal tavolo? A meno che tra i lettori non vi sia qualche abile cultore di arti marziali, spero che la risposta sia no perché potrebbe risultare molto pericoloso per le dita. Lo stesso pericolo che corrono i risparmiatori che in questi giorni si interrogano sull’opportunità di comprare Titoli del Tesoro Italiano, attratti da rendimenti che non si vedevano da metà degli anni ’90. In effetti, in questi giorni i BoT annuali rendono intorno al 6% mentre i BTp a 2 anni rendono circa il 7%, tassi d’interesse fino a pochi mesi fa inimmaginabili per un’attività “poco rischiosa” come i Titoli di Stato, specialmente per un popolo di “Bot-people” come gli Italiani. Ma i Titoli di Stato sono davvero “poco rischiosi” al momento? Per rispondere a questa domanda, basta ricordare quando conviene investire in titoli obbligazionari e perché lo si fa: in scenari di bassa inflazione (altrimenti il tasso d’interesse non compenserebbe la perdita di potere d’acquisto) e/o per preservare il capitale, che viene rimborsato a scadenza per intero. Entrambi queste condizioni potrebbero non essere soddisfatte, data la situazione in cui si trova al momento l’emittente Italia: l’onere della spesa per interessi potrebbe infatti spingerla fuori dall’Euro per far fronte al peso insostenibile del monte debiti (al momento 120% del PIL, ma in caso di recessione l’anno prossimo certamente superiore). Infatti, se l’Italia dovesse restare nell’area Euro e non decidere di recedere unilateralmente dalla moneta unica, sembra difficile prevedere un realistico scenario di ritorno alla crescita che consenta di onorare a scadenza per intero il capitale e la crescente valanga delle spese per interessi. Lo scenario in cui l’Italia sarà costretta a chiedere una ristrutturazione del proprio debito per chiederne un allungamento o una parziale riduzione (tecnicamente un default) purtroppo risulta molto realistico se non si riesce a superare le consuete diatribe, che ben conosciamo, nel metter mano alla spesa da parte dei diversi governi rilanciando la crescita e con la difficoltà aggiunta che ogni ulteriore aumento della tassazione potrebbe aggravare la situazione. Viceversa, se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’Euro, ciò consentirebbe di far ripartire l’economia con una svalutazione competitiva della rediviva Lira, ma comporterebbe un’impennata dell’inflazione che intaccherebbe profondamente il valore dei BtP in portafoglio. Ecco perché al momento acquistare i BTp sembra più una sfida di destrezza e abilità, appunto come afferrare un coltello al volo, piuttosto che un metodo conservativo per investire e preservare i propri risparmi. La speranza che questi scenari catastrofici non si verifichino resta ancorata al successo del vertice europeo dell’8 dicembre (e degli eventuali successivi incontri bilaterali). La crisi non è più solo italiana, ma spazza l’intera Europa e quindi c’è bisogno di una manovra condivisa che consenta ai paesi più indebitati di risalire la china con l’aiuto di quelli più virtuosi. Aiuto che non ci verrà elargito facilmente, ma che anzi ci dovremo meritare e non solo con patriottici (o interessati) acquisti di titoli italiani. Il patriottismo anzi sarebbe meglio estrinsecarlo iniziando a rifiutare quei comportamenti radicati e nocivi come l’evasione fiscale e convogliare gli sforzi per far emergere l’economia sommersa che attanaglia il Paese agendo come una sanguisuga, che toglie linfa e vitalità all’intera comunità, e ci spinge a paventare simili catastrofi.

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