Le sotto varianti Omicron Ba.4 e Ba.5 stanno diventando dominanti grazie a una velocità nell’infettare elevatissima e alla accentuata capacità di aggirare l’immunità sia naturale sia da vaccino. Questo spiega anche il significativo numero di reinfezioni. Al contempo, rispetto alla Omicron originale che di solito non arrivava ai polmoni, la 5 ha caratteristiche che causano sintomi più rilevanti. Va anche detto che due Paesi che hanno già affrontato l’ondata dell’Omicron 5 come Sudafrica e Portogallo non hanno avuto effetti devastanti sui ricoveri. Il Sudafrica in particolare, anche grazie a un elevato numero di persone che già in passato hanno contratto il Covid ma soprattutto grazie alla bassa età media della popolazione, non ha visto aumentare il numero di ricoveri e decessi. Dati più alti in Portogallo, ma comunque senza l’emergenza della prima fase della pandemia. Secondo un articolo della rivista scientifica Nature «l’ascesa dei nuovi lignaggi sembra derivare dalla loro capacità di infettare le persone che erano immuni alle forme precedenti di Omicron e ad altre varianti». «Ma finora le ultime varianti di Omicron sembrano causare meno morti e ricoveri rispetto alle precedenti, un segno che la crescente immunità della popolazione sta mitigando le conseguenze immediate dei picchi di Covid 19». La malattia causata da Omicron 5 non va comunque sottovalutata, al contrario. Secondo una ricerca preliminare della Università di Tokyo è vero che la Delta e l’Alfa hanno prodotto sintomi più gravi rispetto alla Omicron. Ma la 4 la 5 stanno cambiando lo scenario perché tornano a colpire le cellule dei polmoni. The Guardian riporta una dichiarazione del ricercatore Kei Sato che spiega che «per la salute globale la Omicron 4 e la 5 sono più rischiose, almeno potenzialmente, rispetto alla Omicron 2». I vaccini e le infezioni precedenti offrono una protezione minore rispetto a questi nuovi ceppi (per questo l’Italia sta preparando una nuova campagna vaccinale con vaccini adattati in autunno). Un’altra ricerca presentata al congesso dell’Accademia di neurologia mette in guardia sugli effetti a lungo termine dell’infezione. Lo studio ha analizzato le cartelle cliniche di metà della popolazione danese ed è emerso che chi era risultato positivo aveva un rischio 3,5 volte maggiore di essere diagnosticato con il morbo di Alzheimer.

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