Siamo alla follia. Anzi molto oltre. Qualcuno, interno all’ospedale Cardarelli di Napoli, ha dolosamente eliminato il segnale sonoro, il «bip bip», che fa scattare l’intervento dei medici e consente di salvare la vita dei pazienti. Il sabotaggio ha messo fuori uso il dispositivo elettronico dell’intera unità cardiologica dell’ospedale Cardarelli. Solo per miracolo non ci sono state decine di vittime. Nel reparto vengono ricoverati e attenzionati soggetti affetti da possibili scompensi nel battito del cuore. Ricostruiamo la vicenda che nasce a metà febbraio ed è venuta a galla solo oggi. Gli impianti elettronici dell’unità coronarica fanno registrare anomalie. Nessun «bip». A saltare agli occhi, una graffetta di quelle usate nelle segreterie, che è stata inserita nella «porta» dell’unità centrale. L’obiettivo appare subito evidente e inquietante: eliminare l’allarme sonoro che interviene quando il tracciato cardiaco di un paziente presenta momenti di aritmia o di scompenso.

Un servizio essenziale collegato a un reparto dotato di vigilanza attiva 24 ore, dal quale viene monitorata l’attività cardiaca di tutti i pazienti attraverso due sezioni, due unità che si danno il turno nel corso della giornata. In sintesi, quando scatta l’allarme sonoro, la notizia arriva in tempo reale a un cardiologo di turno, che interviene sul caso e verifica quali contromosse adottare. Il grave episodio è stato immediatamente denunciato dal primario Ciro Mauro, responsabile del reparto, che ha effettuato una verifica interna e ha immediatamente indirizzato un esposto all’autorità giudiziaria.

Scattano le indagini. Il lavoro dei carabinieri non sarà facile. A chi conviene il nuovo caso di sabotaggio dopo quelli delle formiche del San Giovanni Bosco o delle blatte del Vecchio Pellegrini? Peraltro stavolta solo per circostanze fortuite non ci sono stati morti tra i pazienti.

In queste ore si fanno varie ipotesi. Al vaglio degli inquirenti ci sono i turni di impiegati, le scelte amministrative e le decisioni assunte in questi mesi dai vertici dell’ospedale, cioè si su qualunque cosa possa aver irrigidito i rapporti interni e generato una vendetta. Verifiche anche sui nomi dei pazienti ricoverati all’interno del reparto, nel tentativo di capire se ci fosse una volontà di danneggiare qualcuno in particolare, ma al momento non sembrano emersi elementi significativi. Un mese dopo il ritrovamento della graffetta, resta in piedi l’ipotesi sabotaggio, secondo una strategia adottata anche altrove. Stavolta siamo alla follia. Anzi oltre.

 

 





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