Abbiamo atteso che la memoria di don Peppe Diana fosse ricordata come è giusto che sia per un sacerdote di frontiera ucciso dal clan prima di arrivare alle radici di una pianta, quella dell’antimafia di professione, per troppi tempo innaffiata con l’acqua dell’ipocrisia. Il 19 marzo cadeva il 25esimo anniversario dall’assassinio di don Diana. Trucidato proprio a San Giuseppe nella parrocchia di San Nicola a Casal di Principe. Sgombriamo il campo da equivoci o strumentalizzazioni: la figura di don Peppe non è oggetto di questa riflessione. A 25 anni dalla sua morte ci sembra però corretto valutare gli eventi successivi alla sua scomparsa con il “distacco” della storicizzazione. Come tutti i martiri il prete anticamorra è diventato un simbolo. Un modello soprattutto per i giovani. “Per amore del mio popolo non tacerò” scosse le coscienze. E provocò una crepa nel muro dell’omertà eretto dalle cosche nel triangolo Casapesenna-Casal di Principe-San Cipriano d’Aversa.

Il tema al centro della nostra disamina storica è l’uso affaristico, consumistico e politico-propagandistico che si è fatto del nome del prete vittima dei clan. Don Peppe Diana è diventato un marchio da vendere, una griffe, un paravento. Non siamo abituati a sparare nel mucchio. Il sacrifico di Casal di Principe ha gettato il seme per far germogliare tante iniziative di rilancio di quel territorio martoriato dalla camorra. Se la voglia di riscatto ha rotto gli argini del “chi me lo fa fare” ed ha abbattuto la (non) cultura del voltare lo sguardo dall’altra parte è principalmente merito di don Diana. Per questo è un obbligo morale e civile omaggiarlo per sempre. Nei secoli dei secoli.

Ma è altrettanto doveroso denunciare la deriva politico-imprenditoriale in cui è finita lo zoccolo dei presunti duri e puri dell’ondata della legalità che pian piano ha preso il sopravvento sul dominio dei clan (che sia chiaro non sono ancora stati annientati del tutto). Ci riferiamo alle due associazioni che più si sono battute per non dimenticare il martirio del sacerdote ucciso. Il Comitato don Diana e Libera Caserta sono partiti col piede giusto, peraltro in solitudine e con estremo coraggio. Ma sono finiti male. E la degenerazione c’è stata proprio all’apice del consenso sociale dei cittadini ottenuto con tanto impegno e sforzo. Quell’impegno e quello sforzo sono dati di fatto che va riconosciuto a tutti coloro hanno rischiato e battagliato per liberare terra di Gomorra dalla cappa della criminalità organizzata. Se ora si torna a respirare, per citare Tacito, è sicuramente per gran parte merito dei pionieri del Comitato don Diana e Libera Caserta. Il ruolo delle due associazioni resterà impresso nella storia.

Restando sul piano storico allo stesso tempo va detto che i due sodalizi a partire dal 2013 subiscono una mutazione genetica. Nel dna del Comitato don Diana e di Libera Caserta prevalgono cromosomi politici. Alcuni membri, quelli di maggiore spicco, cominciano a considerare l’impegno anticamorra come un treno da non perdere per fare carriera politica. Come detto la chiave di volta viene girata nel 2013. È in quell’anno che si avvertono i prodromi di una metamorfosi nelle componenti principali del Comitato don Diana e di Libera. A Casapesenna Giovanni Zara guida il carro dell’associazione antiracket, sponsorizzato dall’ex sottosegretario di An Alfredo Mantovano, a quei tempi in strettissimi rapporti con Tano Grasso, presidente della Fai (Federazione Antiracket Italiana).

I giornalisti col tesserino della legalità, tra cui la moglie Tina Cioffo, cercano di spianare la strada a Zara per riportarlo alla conquista del municipio (le comunali si tenevano nel 2014) dopo la sua breve esperienza da sindaco e quella lunghissima come braccio destro del primo cittadino in odore di camorra Fortunato Zagaria. Il tentativo politico fallisce miseramente quando si scopre che alcuni imprenditori dell’associazione antiracket orbitavano ancora nel giro dei Casalesi (si veda l’inchiesta Medea). La finta redenzione degli imprenditori-camorristi fu sollevata anche dal settimanale l’Espresso. Il sogno di Giovanni Zara di tornare a fare il sindaco di Casapesenna resta nel cassetto. Vince le elezioni Marcello De Rosa. E in un batti baleno la macchina del fango sputa di tutto addosso al neo primo cittadino. Chi alimenta quella macchina? Alcuni componenti del Comitato don Diana e di Libera. Si scrive legalità, si legge vendetta.

Sempre nel 2014 si vota anche per il rinnovo del consiglio comunale di San Cipriano d’Aversa. Qui l’operazione politica va in porto. Tra i candidati spicca Peppe Pagano, noto ideatore della NCO, Nuova Cucina Organizzata. In campo doveva scendere anche Francesco Diana. Ma galeotta fu una foto (che pubblichiamo) postata su Fb e poi rimossa in cui fu immortalato a una cena con il fratello del boss Antonio Misso del gruppo Schiavone Sandokan. Tra i commensali c’era anche Armando Noviello, considerato dalla Dda prestanome dei Casalesi, e Nando Di Tella, detto “Nando il pazzo", coinvolto in inchieste di camorra. Francesco Diana però non finisce nel tritacarne dei giornalisti anticamorra. Strano, no? Infatti la foto incriminata non suscita alcun clamore. Però, era il minimo, determina l’uscita di scena di Diana che rinuncia alla candidatura. Del circuito del Comitato don Diana-Libera è presente in lista Guerino Di Bona. Chi è costui? È il cognato di Domenico Diana, alias “Mimmo o’ riccio”, anche lui finito nel mirino della direzione distrettuale antimafia di Napoli. Addirittura viene citato in uno dei famigerati “pizzini” ricevuti dall’allora sindaco Enrico Martinelli dai boss dei Casalesi in merito alle ditte del clan cui assegnare gli appalti pubblici.

Il capolavoro politico-amministrativo del mondo dell’anticamorra di professione vede la luce a Casal di Principe. Siamo sempre nel 2014. Il Comitato don Diana-Libera diventa simbolicamente il comitato elettorale di Renato Natale. Che trionfa alle comunali. Il neo sindaco nomina Mirella Letizia assessore alle Politiche sociali. Letizia è la moglie di Peppe Pagano. Le loro cooperative gestiscono beni confiscati alla camorra (di cui parleremo nelle prossime puntate) e i fondi dei budget di cura stanziati dalla Regione Campania. Nel caso di Berlusconi o di un qualsiasi altro politico o amministratore si sarebbe sbraitato contro il conflitto di interessi. La coppia Pagano-Letizia ha l’immunità dalle critiche e dagli attacchi giornalistici.

Sono trascorsi 25 anni dalla barbara uccisione di don Peppe Diana. È giunta l’ora di scrivere la storia del suo lascito. Quella vera. Solo così si potrà onorare davvero la sua memoria.

Mario De Michele

(continua…)

 





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