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di Mario De Michele

Quando ero giovane (purtroppo tanti anni fa) non avrei mai e poi mai potuto immaginare di confrontarmi con una persona che rivendicasse con orgoglio di essere fascista. Con gli anni, questo mio convincimento è rimasto radicato, ma l’esperienza e i rapporti umani, avulsi dal contesto politico, mi hanno via via convinto che si possono, e si devono avere lezioni di vita e di stile anche dai più acerrimi avversari.

Un’altra conferma a quella che un tempo (da giovane, appunto) consideravo un’eresia è arrivata ieri sera. Ero in piazza a Villa Literno, guardandomi in giro ho notato due dazebao in stile anni ’70 (nella foto), uno con la scritta: “Ben tornato Enrico!!! Degno e cortese avversario politico”; l’altro con una citazione di Enzo Tortora: “15 novembre 2011, 23 ottobre 2012... Partiamo da dove eravamo rimasti!”.

Il “ben tornato Enrico” era rivolto ovviamente a Fabozzi, consigliere regionale ed ex sindaco di Villa Literno (che già prima di essere indagato si autosospese dal Pd), scarcerato dopo oltre 11 mesi di reclusione per accuse infamanti di concorso esterno in associazione camorristiche, dichiarate infondate per ben due volte dalla Cassazione.

Ma ciò che, in un primo momento, mi ha lasciato di gesso è stato che quei due manifesti sono stati esposti in bella vista dalla sezione cittadina di Futuro e Libertà, proprio davanti alla sede. Oh cacchio!, avrebbe detto Peter Griffin. Io, ad onore del vero, ho usato un’esclamazione che in tv sarebbe stata coperta dal “bip”. E mi sono chiesto: ma com’è possibile che un partito distante anni luce dalla cultura politica di sinistra di cui è intriso Fabozzi si schieri al suo fianco in modo così aperto e pubblico?

Superato lo stupore iniziale, mi sono avvicinato alla sede del Fli e mi sono intrattenuto a parlare con Arturo Serino, presidente della sezione dei finiani. Un anziano (spero non si offenda) signore in giacca e cravatta con all’occhiello la spilla delle frecce tricolori. Per rompere il ghiaccio gli chiedo come mai sulla tabella della sede ci sia ancora la scritta di Alleanza nazionale con la fiamma tricolore. E lui con estremo garbo mi fa entrare nella sezione e, dopo avermi mostrato una gigantografia con lui e Almirante immortalati in una foto, mi dice che quella tabella costò un bel po’ di soldi per cui ha preferito non sostituirla con quella del Fli. Poi con candore “confessa” che il motivo vero è che i suoi ideali politici sono di matrice missina. A Villa Literno lo chiamano il “camerata”. E lui ne va fiero.

Oh cacchio (sempre col bip), penso io: un fascista che sposa la causa di un politico di estrazione comunista come Fabozzi? C’è qualcosa che non va. E allora chiedo a Serino come mai abbia esposto i due manifesti. “Enrico è un mio amico, ma soprattutto è una persona perbene, è il minimo che potessi fare”. Io replico chiedendogli: ma lei che è di estrema destra non prova imbarazzo a manifestare la sua solidarietà a un politico di sinistra? “Mi sentirei imbarazzato a dare il bentornato a un criminale, non a una persona onesta, coerente e corretta come Enrico”, risponde senza indugi il presidente del Fli.

Ecco, nel silenzio assordante di quasi tutti gli esponenti del Pd, che lo hanno lasciato solo nella sua vicenda umana e giudiziaria, il “camerata” Arturo Serino è stato uno dei pochi a dire con coraggio quello che pensa, perché a differenza di chi ha taciuto e continua a tacere, lui non ha scheletri nell’armadio.

Una lezione di vita, di stile e di politica per me. Ma soprattutto per quei dirigenti di partito, giovani nati vecchi, che in pubblico sventolano la bandiera degli ideali politici, e poi in privato pensano solo ai cazzi loro. Scusate, non ho fatto in tempo a mettere il “bip”.





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