di Mario De Michele

Una premessa a scanso di equivoci: non è una resa. È semplicemente la necessità di una persona di staccare la spina per dedicarsi alla propria famiglia, trascurata per troppo tempo, e a se stesso, stremato sotto il profilo mentale e fisico. Perciò mi prendo un periodo di riposo. Una pausa. Al momento non so dire quanto lunga. Ho solo la consapevolezza che si tratta di una scelta indispensabile. Sia chiaro, una scelta non dettata dalla paura o dalla rassegnazione. Per troppo tempo (due anni di fila) sono stato immerso anima e corpo nel monitor del computer. Il lavoro mi ha assorbito h24 soprattutto sul piano mentale. Via via ho perso la bussola delle priorità. Ho smesso di essere padre, marito e figlio. Non ho timore ad ammetterlo, ho perso il senso della realtà. L’ho compreso oggi per ragioni che non starò qui a raccontare. Verrà il tempo per parlarne o forse no. Oggi posso solo dire che a volte il 17 porta bene. Da quest’anno il 17 maggio sarà il mio 25 Aprile. La Festa della Liberazione di Mario De Michele da un ruolo che ha ricoperto senza volerlo ma che poi è diventato un’ossessione, una dipendenza. E come per ogni ossessione e dipendenza, col passare del tempo, si è logorati psicologicamente e fisicamente. Mens sana in corpore sano. Giovenale aveva ragione. Il mio corpo è scheletrico. La mia mente obnubilata.

Non ho mai amato i giornalisti con l’etichetta. Quelli griffati. Giornalista anticamorra, giornalista legalitario, giornalista scortato, giornalista coraggioso. Dicevo: “Ma che vuol dire? Si dovrebbe distinguere tra il giornalista bravo e quello incapace, tra quello integro e quello in vendita”. Mi piaceva essere un cronista, cioè uno che racconta i tempi in cui vive. L’ho fatto spesso in modo volutamente “estremista” (nel linguaggio) e “identitario” (nei principi). Ma sempre con un approccio intellettualmente onesto. Poi si è rotto qualcosa. Sono crollato. I fatti di cui da cronista mi sono occupato sono diventati travolgenti come uno tsunami. E, sembrerà strano ma vi giuro che è la verità, il primo a finire in balia delle onde sono stato proprio io. Inconsciamente ho indossato quegli abiti che non mi sono mai piaciuti. Quelli marcati: giornalista anticamorra, giornalista legalitario, giornalista scortato, giornalista coraggioso. Senza volerlo, ma è ciò che è avvenuto, in quegli abiti mi trovavo sempre più a mio agio. E a causa di quel vestito da supereroe ho commesso qualche errore. Alcuni gravi. Imperdonabili.

Parentesi doverosa per sgombrare il campo da equivoci: rivendico e lo farò sempre tutte le battaglie contro il malaffare, contro la corruzione, contro le infiltrazioni mafiose nel mondo politico e amministrativo. Sono fiero e lo sarò sempre delle inchieste di 10-20 puntate condotte per amore della verità. E degli articoli ghigliottinanti. Anche grazie a me, lo dico con presunzione, delle teste sono cadute e altre cadranno perché, ecco, ho fatto il cronista. Documenti, carte, delibere, determine, contratti pubblicati per informare. Per servizio pubblico. Anche per senso civico. Quello che Campania Notizie continuerà a fare camminando da oggi con le gambe di Luigi Viglione e di Valentina Piermalese (non lo sa ancora) e degli altri giornalisti che mi hanno accompagnato per quasi 9 anni. Per loro ci sarò sempre per un consiglio, per qualsiasi sostegno. Ma devo fare un passo di lato. La vanitas è ben altra cosa rispetto al giornalismo. Trasformarsi con compiacimento da persona in personaggio è il sintomo di un disagio. Di stanchezza fisica e mentale. Ci voleva la doccia fredda della consapevolezza. Altrimenti la mia Liberazione da un “ruolo” assillante non sarebbe mai arrivata. Fine di un incubo.

Sono tornato con i piedi per terra. Ho ripreso contatto con la realtà. Ho riassaporato il senso della famiglia. E ho tirato fuori dal ripostiglio la mia vecchia scala dei valori. Quelli che contano davvero. Chiedo scusa a magistratura, carabinieri, prefettura. Le istituzioni hanno sempre svolto a pieno la loro parte. Lo Stato c’è. E ci sarà sempre. Ma dopo due anni di battaglie contro tutto e tutti ho compreso che combattevo anche contro me stesso. Contro i miei demoni. Carl Rogers aveva ragione: “Il curioso paradosso è che, quando accetto me stesso per quello che sono, allora posso cambiare”.

Per me è l’ora di cambiare. Lo devo a mio figlio, a mia moglie, a mio padre e a mia madre. E a me stesso. Non getto la spugna. Spengo solo l’interruttore per evitare il corto circuito. Vi ho spiegato in gran parte perché. So già che in tanti non mi crederanno. Fa nulla. Vi saluto col biglietto d’addio di uno scrittore italiano sottovalutato: “Non fate troppi pettegolezzi”.





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