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di Mario De Michele

Quando pensavo di aver toccato il fondo sentii bussare sotto i miei piedi. Una definizione perfettamente aderente all’interminabile e inesorabile declino di una parte del mondo della pseudo-informazione accecato dall’odio verso il “nemico politico” e impregnato da cattiveria congenita impressa nel Dna. Individui marci fino al midollo. Con l’aggravante dell’articolo 7 di sfruttare il carro dell’antimafia di professione per fare carriera, soldi e prendere in mano alcuni Comuni tramite una sistematica attività mediatica di distruzione dell’amministratore locale di turno. Questi finti alfieri della legalità prendono di mira i politici che si oppongono al ricatto di far parte per forza del loro ristrettissimo cerchio magico. Pur di fare piazza pulita per spianare la strada del potere ad amici e parenti infangano i sindaci che nei fatti e non a chiacchiere sono scesi in prima linea contro la camorra. Pur di incassare uffici stampa, gare d'appalto, incarichi nelle cooperative sociali i “giornalisti imparentati e intrecciati”, una nuova categoria fondata da loro stessi, sarebbero capaci di commettere i peggiori crimini. Meriterebbero cento ergastoli solo perché sono seria killer della verità. Uccidono scientemente l’informazione per fini esclusivamente personali. Trucidano l’etica professionale a raffica di bugie, ammantate da una patina di onestà. Una patina che per fortuna anche negli ambienti giudiziari e istituzionali è diventata talmente trasparente da rendere vano qualsiasi tentativo di presa della Bastiglia nel nome del popolo e della legalità. Nella Bastiglia dovrebbero essere accompagnati loro con condanna fine pena mai.

L’emblema del sistema mediatico deviato è un recente articolo, se così possiamo chiamarlo, pubblicato da ireportes.it, un portale web ai più sconosciuto proprio perché è un organo di regime e non di informazione. Il pezzo, si fa per dire, è intitolato “Pastiere, uova, dolci e pizze regalati: ma le consegne non erano vietate?”. Già un titolo che contiene un punto interrogativo ne fa sorgere altri mille sulle doti giornalistiche di chi lo ha redatto. Quello che però rappresenta la quadratura del cerchio magico del clan, in senso etnologico, dei giornalisti al servizio di amici e parenti è il contenuto di questa specie di articolo. Quelli che si autodefiniscono reporters, pur non avendo mai scritto un vero e rischioso pezzo d’inchiesta in vita loro, essendo impegnati in attività (no)profit, gridano allo scandalo perché in piena emergenza coronavirus a Santa Maria la Fossa sarebbero state distribuite “pizze dai volontari, con il beneplacito dell’amministrazione comunale, mentre a Casapesenna in decine di case sono arrivati dolci e uova pasquali con tanto  di biglietto di auguri da parte  del sindaco e dell’amministrazione... A Orta di Atella invece centinaia di babà e altri dolci sono stati confezionati da un bar… in mini vassoi affinché fossero distribuiti ai cittadini in difficoltà…”.

Non è uno scherzo! Gli impavidi reporters hanno scavato a fondo per denunciare che a Santa Maria la Fossa, a Casapesenna e ad Orta di Atella si è creata una lodevole filiera di solidarietà, partita dal basso e che coinvolge associazioni di volontariato e numerosi cittadini, loro sì persone perbene. Una catena solidale che peraltro e per senso civico sta accomunando tutte le città d’Italia. Ottaviano è stata elogiata anche dalla trasmissione Pomeriggio 5 per l’iniziativa di tre pasticcieri (clicca qui). I volontari della Croce Rossa Italia, nucleo di Casal di Principe, ringraziano con un post Fb e tanto di foro la pasticceria Benito per il dono di dolci da destinare alle famiglie disagiate (clicca qui). Idem a San Cipriano d’Aversa. Bene, bravi, bis. Ai commercianti e ai volontari veri va tutto il ringraziamento di Campania Notizie a nome dei nostri lettori. Del resto qualsiasi persona in buona fede tesserebbe le lodi ai promotori di iniziative del genere in una fase così drammatica per tantissime famiglie meno abbienti. E invece per i coraggiosi reporters nel caso di Casapesenna, ad esempio, si tratta di un “regalo a cuor leggero” che il sindaco Marcello De Rosa non doveva assolutamente permettersi il lusso di fare. Per non uscire di senno facciamo una pausa caffè. Concedeteci una sigaretta. Rieccoci dopo una salutare Marlboro. Tra una boccata e l’altra di salubre nicotina c’è venuto in mente l’interrogativo che si pone uno stellare Joaquin Phoenix nei panni di Joker, film diretto magistralmente da Todd Phillips. Il “cattivo mascherato” si chiede: “Riguarda solo me o stanno tutti impazzendo?”. Sicuramente sono impazziti gli autoproclamatisi reporters. E sì, perché non si spiegherebbe altrimenti come mai gli integerrimi giornalisti abbiano dimenticato di inserire il Comune di Casal di Principe nella loro memorabile invettiva. Forse perché il sindaco Renato Natale orbita nel perimetro del cerchio magico? È irrilevante. Nella sua città è stata fatta una cosa buona e giusta. Punto. Anche a lui va il nostro grazie.

Chi invece persegue fini politico-amministrativi e non informativi fa del doppiopesismo di mieliana memoria il proprio caposaldo. Quando si tratta di De Rosa anche il migliore provvedimento del mondo o il gesto più bello del pianeta vengono sporcati con la penna dell’untore. I reporters-contadini (sfruttano terreni confiscati ai clan) innaffiano la cultura del sospetto. Ricorrono al retropensiero con il solito e unico scopo di colpire alle spalle, possibilmente nelle parti basse, il sindaco di Casapesenna. Come mai tanto astio? La storia è nota. Ed è facile srotolare. Basta elencare i nomi di chi c’è dietro al portale ireporters.it (clicca qui). Lasciamo perdere Fabio Mencocco che è un bravo ragazzo. Le menti sono le sorelle siamesi Tina Cioffo e Alessandra Tommasino, giornaliste “senza scorta" come soleva definirle un ridicolo cronista di cui per fortuna si sono perse le tracce. Chi sono? La Cioffo è la moglie dell’ex sindaco di Casapesenna Giovanni Zara. Quest’ultimo è stato prima per quasi un decennio vice del tanto vituperato Fortunato Zagaria e poi primo cittadino con lo stesso Zagaria come suo braccio destro e mentore. Durante quegli anni Zara non ha compiuto un atto amministrativo concreto, almeno non ci risulta, per combattere nei fatti l’impero del superboss Michele Zagaria.

Il donatore di dolci Marcello De Rosa ha purtroppo le gravi colpe, solo per citarne alcune, di aver adottato l’ordinanza di abbattimento della casa della famiglia di “Capastorta”, ha trasformato in un’isola ecologia all’avanguardia un’area confiscata al clan, ha trasformato, con il varo del Puc, un terreno della famiglia del boss Antonio Iovine “o’ Ninno” da edificabile in parco attrezzato, classificandolo come standard urbanistico e determinando il crollo del valore di mercato del fondo. Sempre nel Puc approvato dall’amministrazione di quel “criminale” di De Rosa si può verificare senza tanti sforzi come sia stata penalizzata la zona dove abita Pino Fontana, l’imprenditore in odore di camorra, tra i fondatori dell’associazione antiracket delle vittime del pizzo di cui si occupava Giovanni Zara, in qualità di avvocato ben pagato della Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane (Fai). Tano Grasso scelse Zara per le sue indiscusse doti professionali anche se all’epoca dell’incarico figurava tra i legali più illustri nemmeno di Casapesenna (7.000 abitanti).

Con un volo pindarico passiamo ad Alessandra Tommasino. La liquidiamo con due righe. Poi approfondiremo in separata sede. È stata addetto stampa di Zara durante la sua sindacatura. Si è occupata delle “Casette dell’acqua” a Casaluce ed è risultata, con la propria ditta, vincitrice di un appalto indetto dall’allora sindaco Rany Pagano, quello che ha distrutto in 10 anni di allegra gestione l’Ambito socio-sanitario C6. Eppure la reporter d’assalto Tommasino non se n’è mai accorta. Ha tenuto occhi e bocca chiusa anche sugli appalti per un totale di 2,5 milioni di euro vinti dalla coop del nipote di Pagano, oggi assessore della giuntata targata Antonio Tatone. E nonostante un intreccio di interessi così forte e remunerativo con l’amministrazione di Casaluce continua a santificare l’operato di Tatone e Pagano. Per finire. Le due audaci giornaliste siamesi, Tina Cioffo e Alessandra Tommasino, come se nulla fosse proseguono a sbandierare il vessillo della legalità sul sito web ireportes.it. E poi che fanno? Quello che hanno sempre fatto. Sono le prime a violare la legge. In base alla normativa sull’editoria i siti online hanno l’obbligo di indicare nella gerenza il nome del direttore responsabile, il numero di registrazione del portale al Tribunale territorialmente competente. Abbiamo cercato in ogni modo di trovare sul portale degli ardimentosi reporters i riferimenti previsti dal codice. Nessuna traccia (clicca qui). È una gravissima violazione della normativa.

Imperterrite, Cioffo e Tommasino continuano a blaterare di legalità. “Riguarda solo me o stanno tutti impazzendo?”. Le due intrepidi giornaliste-reporters vivono un lungo momento di dissociazione dalla realtà. E non essendo folli sono sicuramente in malafede. Difficile dire cosa sia peggio.

 





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