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di Mario De Michele

È il mio onomastico. Da ateo impenitente nemmeno oggi lo festeggio. Ma colgo l’occasione per confessare laicamente i miei peccati. Perlomeno quelli che gli altri considerano tali. Coloro ai quali sto sulle scatole perché scrivo ciò che penso e penso ciò che scrivo. Quelli asserragliati nella roccaforte dell’intoccabilità per il loro presunto e insindacabile impegno “civico e gratuito” contro la camorra. Quelli bianchi fuori e marci dentro. Quelli che sventolando il vessillo della legalità hanno creato un’economia dell’antimafia con corsie talmente preferenziali da non sentirsi neanche in dovere di rendicontare come spendono milioni di soldi pubblici. Guai se a farlo fossero amministratori locali. Quelli che gessetto alla mano segnano sulla lavagna del moralismo i buoni e i cattivi. La lista dei nomi è corretta a patto che si inverta il lato con su la scritta “buoni” – “cattivi”. Quelli sempre pronti a puntare il dito contro gli altri e mai in grado di guardarsi al mattino allo specchio. Sempre sul piedistallo del Grande Inquisitore. Distributori all’ingrosso di giudizi e condanne. Allergici alle critiche quando sono rivolte nei loro confronti. Quei professionisti dell’antimafia che predicano la pace e praticano la guerra: chi non è con noi è contro di noi. Quelli di Libera Caserta e del Comitato don Peppino Diana. Da quasi 20 anni sempre gli stessi. Una decina di persone, arrotondiamo per eccesso, che gestiscono praticamente tutto il comparto del Terzo settore e la stragrande maggioranza dei beni confiscati ai clan. Ricordate quando si lanciavano strali contro i politici della Prima Repubblica perché restavano attaccati alla poltrona per decenni? Per quelli di Libera Caserta e del Comitato don Diana non vale. Non è più uno scandalo. Non mollano di un millimetro e non lo si può dire, scrivere e neppure pensare. Sono potentissimi. Ne sono consapevoli. E lo fanno pesare. Se si denuncia che quasi cento beni confiscati sono in poche mani si incazzano e vanno alla volta di Roma per lamentarsi con segretari di partito, ministri e vertici della Direzione nazionale antimafia. “Lo vedete quello lì, Mario De Michele, ha scritto contro di noi perché ha collaborato con uno condannato per reati di camorra, perché è amico di un sindaco chiacchierato ed è foraggiato da gente come quella così, da delinquenti”.

LA MACCHIA INDELEBILE DELL’AMICIZIA CON ENRICO FABOZZI

Ed eccoci alla confessione dei miei peccati. Il primo, quello capitale, è il mio rapporto con l’ex consigliere regionale Enrico Fabozzi. Fino all’estate del 2011 non lo conoscevo di persona. Me lo presenta un galantuomo: Giuseppe Venditto, già presidente del consiglio regionale, per anni esponente di spicco del Pci, poi del Pds, meno di spicco dei Ds e quasi fatto fuori dal Pd perché era un “estremista di sinistra”. All’inizio del 2011 avevo abbandonato bruscamente, per non dire altro, il gruppo di Teleluna per divergenze editoriali-organizzative, chiamiamole così, con l’allora editore Pasquale Piccirillo, poco dopo finito in seri guai con la giustizia, tuttora sotto inchiesta per frode aggravata ai danni dello Stato per un uso improprio dei fondi per l’editoria e per un’altra serie di reati. Potrei spendermi la capacità di aver visto lungo. No. La rottura ci fu così come poteva non esserci. Capitò. E come cantano i Csi (ex Cccp) “così vanno le cose, così devono andare”. E andò che me ne andai, con un triplo salto mortale nel buio e senza rete, fondando poco dopo il portale Campania Notizie. Decisivo il contributo del collega Angelo Golia e di Emilio Gallo, grafico-webmaster. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta nell’impresa di ripartire da zero a 38 anni dopo oltre un decennio di massacrante lavoro in redazione. Una gavetta da esaurimento nervoso che però è risultata fondamentale per la mia formazione professionale e personale. Quindi conobbi Fabozzi a cavallo tra il mio addio a Teleluna e la nascita di Campania Notizie. Venditto, che era stato direttore editoriale ai tempi in cui ero caposervizio al Giornale di Caserta (sempre di Piccirillo), mi propose di collaborare con lui alla scrittura di un libro su Fabozzi. Mi disse che era stato per un periodo sotto scorta per aver subito gravi intimidazioni dai Casalesi quando ricopriva la carica di primo cittadino di Villa Literno. Insomma, un sindaco anticamorra.

Dopo l’elezione a consigliere regionale della Campania si rigira la frittata. C’è un fascicolo della Dda di Napoli. Viene indagato per reati di camorra. Nel novembre del 2011 viene spedito in cella. Il mio peccato capitale è che non l’ho abbandonato. Anzi, sono diventato amico della moglie e dei suoi figli. A Sergio voglio bene. Paolo mi stata un po’ sulle p… È troppo presuntuoso. Uno dei miei difetti, che io considero uno dei principali miei pregi, è quello di non salire mai sul carro dei vincitori e di non scendere mai da quello degli sconfitti. Se fossi nato “tondo” avrei fatto una brillante carriera politica. Da giovanissimo promettevo bene. E con una famiglia di democristiani (era ancora in piedi la Prima Repubblica), con zii tutt'uno con personaggi come Gava, Scotti, Pomicino avrei avuto la strada spianata per giungere in carrozza ai piani alti della politica romana. Ma sono nato “quadrato”. I miei spigoli mi hanno condotto sulle rive di quella sinistra che allora veniva definita radicale: Rifondazione comunista. Bertinotti leader. Mi è andata benissimo così. Non sono andato oltre un assessorato a Cesa, mio comune di residenza, e un posto nella direzione regionale del Prc. Una scelta di cui non mi sono mai pentito e non lo farò mai. Dalle nostre parti si dice che chi nasce “tondo non muore quadrato”. Di converso chi nasce “quadrato non muore tondo”. Non ho finto di dimenticarmi di Fabozzi. È stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per concorso esterno in associazione camorristica, corruzione, turbativa d’asta. Rispetto quella sentenza e continuo ad avere piena fiducia nella magistratura ma mi è concesso di essere ancora convinto che Fabozzi non sia un mostro? Siamo o no in uno Stato di diritto? Resta il fatto che ho perso. Fabozzi è stato condannato sulla scorta del lavoro di indagine del pm Ardituro (tanto di cappello) da un collegio giudicante che ha deciso senza alcun condizionamento e in scienza e coscienza. Nemmeno allora sono saltato giù dal carro dello sconfitto, a differenza di gente come Nicola Ucciero, figlioccio di Fabozzi e suo erede politico, oggi collaboratore dell’eurodeputato Pd Pina Picierno. Lui, Ucciero, è nato “tondo”. Preferisce il carro dei vincitori. In bocca al lupo. Viva il lupo.

RAFFAELE SARDO, LO SMEMORATO AMICO DI DONATO CEGLIE

Racconto un episodio e poi chiedo la remissione del mio peccato capitale, l’amicizia con Fabozzi. In una delle udienze del processo contro l’allora consigliere regionale al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere il pm Antonello Ardituro, magistrato scrupoloso e competente e soprattutto uno che la lotta alla camorra la fa davvero, chiede la mia identificazione perché avevo gridato “bravo” a un teste che stava interrogando. Si trattava di Nicola Ferraro, anche lui condannato per reati di camorra. Mi venne spontaneo. Non per tifoseria. La risposta alla domanda del pubblico ministero non spostava nulla. Semplicemente la reputavo corretta. Sbagliai. Fui poco professionale. Anzitutto ineducato e irrispettoso nei confronti della Corte e principalmente del pm Ardituro. Mi scuso. Sono sincero. E credo di aver scontato la mia pena: oltre 7 anni di mezze paroline, di insinuazioni maliziose, di spruzzatine di sterco provenienti soprattutto dal mondo dell’anticamorra di professione. Loro, immacolati, duri e puri (a chiacchiere), io sporco, brutto e cattivo. Ci è mancato poco che non fossi additato anche come affiliato al clan. All’indomani dell’agguato di camorra al quale sono scampato per un centimetro, quel “bravo” è diventato per Raffaele Sardo, giornalista professionista “abusivo” (è dipendente comunale a Carinaro) e autore di libri “antimafia”, scritti a mio giudizio peraltro male, una delle cose degne di nota nel suo articolo sul raid pubblicato su Repubblica. Che gran giornalista. Un po’ smemorato. Si impresse nella mente il “bravo” e dimenticò altri sette, ripeto sette, atti intimidatori che ho subito a partire dal 2017. A proposito, Sardo, come gli altri inamovibili di Libera e del Comitato don Diana, ha rimosso pure di aver santificato per anni il pm Donato Ceglie, nei primi anni 2000 issato a simbolo della legalità. Un minuto dopo la caduta in disgrazia di Ceglie, accusato di “coprire” le malefatte di Angelo Brancaccio, oggi in carcere per 416 bis, scattò la fuga dei topi dalla nave che stava affondando. Sardo e il partito dei professionisti dell’anticamorra hanno strappato di netto quel foglio dal libro della loro storia. Ceglie chi? Dovendo scegliere, preferisco i giansenisti ai gesuiti.

IL BANNER PUBBLICITARIO DEL SUOCERO DI MARCELLO DE ROSA

Veniamo al secondo peccato capitale dello pseudo-giornalista Mario De Michele, parole scritte e pronunciate, tra gli altri, da tre importanti rappresentanti istituzionali: Rany Pagano, assessore e già primo cittadino di Casaluce, Salvatore Papa, vicesindaco di Succivo, e Gino Pellegrino, capo dell’amministrazione comunale di Parete. Tre “carte conosciute” nelle rispettive città per la loro capacità di imbiancarsi pure essendo dei sepolcri sulla scia dello slogan “evviva l’onestà”. Tutti e tre hanno annunciato di avermi querelato. Dopo un periodo brutto, finalmente una bella notizia. Sto dormendo col sacco a pelo davanti alla Procura. Per un po' del lungo elenco degli inserzionisti di Campania Notizie ha fatto parte anche La Marchesa. Il banner del caseificio era visibile da tutte le galassie. Era pubblicato sul sito. Trasparenza vera. Non ciance. Chi è il proprietario de La Marchesa? Il suocero del sindaco di Casapesenna Marcello De Rosa. Apriti cielo. Sacrilegio. “Quello è uno vicino a Fortunato Zagaria, il referente politico del superboss Michele Zagaria”, mi attaccavano, sempre sottotraccia mai in pubblico o per iscritto, i finti propugnatori della legalità. Il delinquente De Rosa è stato sottoposto per quasi 4 anni ad approfondite e ineccepibili indagini della Dda di Napoli in seguito ad una serie di esposti, qualcuno partito proprio dal mondo degli intoccabili antimafiosi di mestiere. Orbene, il sindaco di Casapesenna ne è uscito candido come un lenzuolo appena lavato con un il migliore smacchiatore del mondo. Il pm ha chiesto l’archiviazione in assenza di qualsiasi condotta riconducibile a fatti di camorra. Il Gip ha accolto la richiesta di archiviare l’inchiesta con l’invio degli atti alla magistratura ordinaria. Qui ho vinto. La Procura Napoli Nord ha rinviato a giudizio De Rosa per presunta violenza privata ai danni di un consigliere comunale della passata consiliatura. Giustissimo. Nel processo sarà stabilita la verità.

Da cronista ho rimarcato che l’ipotesi di reato di violenza privata nasce dall’invocazione del sindaco di Casapesenna a far dimettere quel consigliere di maggioranza perché il padre era stato arrestato per camorra. La vogliamo chiamare imposizione? Io avrei fatto lo stesso. Secondo i fantocci della legalità avrei difeso De Rosa perché il suocero paga la pubblicità (tutto fatturato, vera trasparenza) a Campania Notizie. E per la stessa ragione da anni starei dalla parte del primo cittadino casapesennese. Al netto dei tanti articoli scritti contro il sindaco (scripta manent), il giornalista prezzolato Mario De Michele si è attenuto semplicemente ai fatti. L’amministrazione De Rosa ha disposto l’abbattimento della casa di famiglia di Michele Zagaria, ha aperto un’isola ecologica all’avanguardia su un terreno confiscato alle cosche, ha affidato ad Agrorinasce (presieduto da 20 anni da un rappresentante della Prefettura) la gestione della zona Pip, ha trasformato in area verde, deprezzandolo, un terreno della famiglia di Antonio Iovine ‘o Ninno (c’è nel Puc adottato dalla giunta). E ha messo in campo tante altre cose che sono andate realmente nella direzione della lotta alla criminalità organizzata. Se poi la notte si trasforma in un serial killer, beh mi auguro che sia arrestato quanto prima per fermare la scia di brutali omicidi. Cosa ha fatto Giovanni Zara, attuale legale della Fai, la Federazione delle Associazioni antiracket e antiusura italiane, contro i clan durante la sua breve esperienza di sindaco di Casapesenna? Chiedetelo ai cittadini. Ah dimenticavo, circola voce che Zara divenne referente della Fai grazie ai buoni uffici dell’allora sottosegretario di An Alfredo Mantovano nel governo Berlusconi. Postilla. La moglie di Zara è una giornalista de Il Mattino. Idem la sua amica del cuore che durante la gestione Zara del Comune di Casapesenna ha ottenuto l’incarico di addetto stampa. Ecco, il mio secondo peccato capitale: essere stato l’unico e il solo a scrivere di queste cose.

IL PICCHIATORE DEL CLAN MUNDO-LUCARIELLO È PERBENE MENTRE MARIO DE MICHELE È UNA CHIAVICA

Siete stremati da questa interminabile confessione, lo so, ma non posso trascurare un altro caso emblematico del mondo alla rovescia in cui viviamo. Prima citavo il vicesindaco di Succivo Salvatore Papa. Nei mesi scorsi ho condotto un’inchiesta di dieci puntate sul campo sportivo. Appalto e affidamento. Ho criticato anche lui, in qualità di assessore ai Lavori pubblici dell’epoca. Mai una risposta scomposta. Solo repliche e precisazioni, condite anche da apprezzamenti nei miei confronti. Tutto cambia radicalmente quando scopro (stranamente per molto tempo nessuno me l’aveva segnalato) che Michele Aletta, cognato di Papa, è un losco figuro noto alle cronache giudiziarie per essere stato arrestato perché considerato affiliato ai Casalesi. È vero, e l’ho scritto, è stato assolto in primo grado. Ma è altrettanto vero che il pm ha fatto Appello. E quindi non è ancora uscito indenne dal processo per camorra. Ma tralasciamo il procedimento penale. Anche i nascituri succivesi, ancora nel grembo materno, sanno che Aletta è il braccio armato del clan locale capeggiato da Salvatore Mundo e dalla moglie Maria Grazia Lucariello.

Ci sono decine e decine di commercianti e imprenditori, oltre che di amministratori di altri Comuni (Orta di Atella, in particolare) che possono testimoniarlo davanti a qualsiasi giudice. I commercianti e gli imprenditori nelle vesti di vittime delle minacce e delle violenze fisiche subite da Aletta. Gli amministratori nel ruolo di destinatari, per il tramite di Aletta, dei diktat della cosca Mundo-Lucariello. Anche in questo caso non vedo l’ora di parlarne in un’aula di giustizia. Ebbene, all’indomani dei miei articoli su Aletta si scatena la campagna Fb del cognato Papa che, in barba al suo prestigioso ruolo istituzionale, mi accusa di tutto e di più con un linguaggio da troglodita. Non contento, fa emergere un’attività di dossieraggio ai miei danni. Vicesindaco Papa, non mi hanno fermato i proiettili della camorra, figuriamoci le sue minacce finalizzate a screditarmi.

Infine confesso i miei peccati veniali. Ho donato la mia abitazione a mia madre. Perché? Da due anni subisco aggressioni e minacce. Volevo che l’immobile realizzato con il sudore della fronte dei miei genitori tornasse a loro. Per sicurezza. Mancanza di fiducia nei confronti di mia moglie? No. Assolutamente. Un atto di rispetto dovuto nei confronti di mio padre e mia madre. So bene che vogliono più bene a mia moglie che a me perché io sono insopportabile. Altri peccati in ordine sparso: prima di avere la scorta guidavo senza cintura di sicurezza, parlavo a telefono mentre ero al volante, ho parcheggiato in divieto di sosta. Ancora: qualche volta non ho pagato il canone Rai in tempo, sono in arretrato con il versamento della quota per l’Ordine dei giornalisti. E tanto, tantissimo altro.

Il peccato più grave me lo sono riservato per la chiusura dell’articolo. Vado avanti pur rischiando di essere annientato dalla violenza dei camorristi, dai poteri che sostengono i mestieranti dell’antimafia e dalla macchina del fango. Chi nasce “quadrato” non muore “tondo”.

 





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