di Pasquale Iorio*

Su don Peppe Diana vi è una ampia bibliografia dopo 24 anni dalla sua uccisione. Credevo che sulla sua vita e sul suo martirio fosse stato già raccontato tutto. Per questo mi sono incuriosito di fronte al nuovo libro pubblicato in questi giorni e a lui dedicato: “Solo un prete”, Gnasso Editore, scritto a quattro mani da un giovane intellettuale di Villa di Briano Luigi Intelligenza e da un parroco Giuseppe Sagliano, che conosce bene la sua storia. Da qui è nata l’idea di presentare il libro anche alla Feltrinelli di Caserta. Anche se la partecipazione è risultata deludente, vi è stato un confronto intenso tra i due autori con il referente delle Piazze del Sapere e Paolo Miggiano (Autore di storie e saggi per la legalità). Va detto che dalla narrazione emerge con forza la dimensione umana e spirituale di un sacerdote molto legato alla sua comunità ed alla sua terra, di un intellettuale impegnato a creare coesione sociale, promuovere solidarietà e cultura dei beni comuni. Personalmente considero difficile poter scindere la dimensione morale e spirituale, religiosa e cristiana di don Peppino da quella del cittadino democratico in prima fila sul fronte della legalità e della lotta contro la violenza camorristica. Dalla testimonianza a viva voce di don Sagliano – amico stretto e fraterno di don Peppino - sono emerse alcune osservazioni che gettano delle ombre sulle associazioni in prima fila nella lotta per la legalità nelle terre di Gomorra. In primo luogo egli sostiene nel libro che la figura di don Diana, con il suo martirio, è stata trasformata in modo strumentale in una sorta di logo, di marchio per le campagne di marketing di alcune associazioni, molto spesso senza alcun riferimento al bene comune. Don Peppino come una sorta di icona e vittima sacrificale della lotta anticamorra. Una affermazione molto dura e netta, che si ritrova in modo provocatorio nelle due frasi a pag. 16 del libro: “Don Peppino non aveva mai svolto attività di anticamorra”. “Don Peppino non ha mai scritto Per amore del mio popolo non tacerò”. Per questi motivi don Sagliano ha deciso di rompere il silenzio dopo tanti anni e rivelare le sue verità sulla figura dell’amico di gioventù don Diana. In secondo luogo, don Giuseppe ha chiarito i motivi per cui finora ancora non si è avviato in modo concreto il procedimento per la beatificazione di don Diana. Ciò appare stridente a confronto con la vicenda di un altro martire della mafia come don Puglisi, al quale nel 2013 è stato conferito il riconoscimento. Invece, nel caso di don Diana – dopo 24 anni dalla sua morte – ancora non sono state avviate le procedure previste dal diritto canonico. Dopo l’accorato appello del vescovo emerito Raffaele Nogaro, la Diocesi di Aversa e le associazioni promotrici ancora non hanno formalizzato l’attivato l’iter pratico, che comporta atti e costi ben precisi. Ed per questo che ci chiediamo: come mai a tanti anni di distanza dal suo brutale assassinio un tale riconoscimento non viene sancito anche per don Diana? Non basta il martirio nella sua chiesa mentre si accingeva a dire messa!

*Coordinatore le Piazze del Sapere

 





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