La Corte d'Assise d'Appello di Napoli ha condannato a sei anni e quattro mesi di carcere Mohamed Kamel Khemiri, tunisino di 44 anni ex custode della moschea di San Marcellino, nel Casertano, ritenuto un simpatizzante dell'Isis, per cui avrebbe fatto propaganda via social alla ricerca di nuovi adepti. Il maghrebino, difeso dall'avvocato Fabio Della Corte, è stato assolto dal reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale, e condannato per quello di istigazione a delinquere; una modifica importante rispetto al primo grado, quando Khemiri era stato condannato a otto anni di carcere in quanto i giudici lo avevano ritenuto responsabile di associazione terroristica. Mohamed Kamel Khemiri fu arrestato dai carabinieri del Ros nell'agosto 2016. Per gli inquirenti il tunisino, che viveva nell'appartamento sopra la Moschea di San Marcellino e che qualche conoscente e amico chiamava «Bin Laden», oltre ad essere a capo di un gruppo che per l'accusa forniva a stranieri permessi di soggiorno con documenti falsi (per questa accusa è già stato condannato nel marzo 2017 a 2 anni e 8 mesi, ndr), facendosi pagare 600 euro a pratica, era molto attivo dal punto di vista ideologico e nell'azione di propaganda dei principi dell'Isis.

Non si è mai fatto fotografare con armi, come altri aspiranti terroristi, ma ha sempre commentato con tono entusiastico, con parole come «giustizia è fatta», gli attentati avvenuti a Parigi nel gennaio 2015 contro il giornale satirico Charlie Hebdo, a Copenaghen, oppure a Tunisi al Museo del Bardo. In arabo aveva scritto sul suo profilo, poi chiuso, «io sono isissiano finchè avrò vita e se morirò esorto a farne parte». Sempre sul suo profilo Facebook campeggiava la foto di una bandiera francese calpestata con un anfibio. Ad accusare Khemiri anche un collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi che ha raccontato di aver rifiutato la richiesta del tunisino di fornirgli dei kalashnikov; un elemento che conferma quanto accertato dagli inquirenti, secondo cui Khemiri era pronto ad agire. La Procura Generale di Napoli aveva chiesto alla Corte d'Assise d'Appello la conferma della condanna a otto anni di carcere per il reato di associazione con finalità di terrorismo, ma i magistrati hanno accolto la tesi del legale dell'imputato, che aveva sempre escluso la partecipazione di Khemiri a qualunque associazione terroristica islamica; alla fine il tunisino è stato condannato per l'incitamento espresso via social.





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