di Angelo Golia A più di dodici anni di distanza dalla chiusura della ex Texas, l’unica fabbrica presente sul territorio della città di Aversa, la popolazione dell’agro aversano si trova a fare i conti con l’annuncio dell’Indesit. La multinazionale, marchio d’eccellenza nel settore degli elettrodomestici, è pronta a dimezzare il personale impiegato nello stabilimento di Teverola per delocalizzare la produzione in Turchia. A rischio, quindi, anche quel piccolo frammento di tessuto produttivo e industriale che è uscito indenne dalle varie ristrutturazioni del marchio Ariston.  540 operai su 930 che potrebbero ritrovarsi in mezzo ad una strada e senza alcuna prospettiva di reimpiego.

Proprio in questi giorni inizierà la trattativa al Ministero tra azienda e sindacati ma le anticipazioni sono tutt’altro che positive per i lavoratori che hanno iniziato ad intensificare le azioni di lotta a Teverola, come a None  e Fabriano. L’azienda sembra non essere intenzionata a rinunciare al piano di delocalizzazione che permetterebbe di sfruttare manodopera a più basso costo in un mercato del lavoro molto meno rigido. Come al solito i diritti dei lavoratori  vengono barattati e sacrificati in nome del profitto. Ma ciò è possibile anche, o forse soprattutto, per l’assenza di politiche industriali degne di tale nome, di regole che impediscano ad aziende che hanno usufruito di fondi pubblici e di ammortizzatori sociali di spostare la produzione fuori dal paese.  Il più classico del ‘prendi i soldi e scappa’ messo in atto da tanti marchi e di cui, ad esempio, volendo citare un’altra vertenza chiave della nostra regione, è stata protagonista la Fiat. Ma questo non vuole essere un articolo di analisi di politiche industriali del nostro paese.

La lotta degli operai dell’Indesit rappresenta, forse, l’ultima spiaggia per dimostrare che c’è una comunità dell’agro aversano. Una comunità che non è disposta a farsi scivolare addosso l’ennesimo abuso di un sistema malato che, dopo aver avvelenato acqua, aria, campi, devastato montagne e litorale, rende sempre più precarie le vite di tutti. A differenza della vertenza Texas/Ixfin, in cui è mancata una lotta per cercare di salvare lo stabilimento, la vertenza dell’Indesit non deve passare nel disinteresse generale. Politica, società civile, commercianti, singoli cittadini devono sentire l’obbligo morale di scendere in piazza al fianco dei lavoratori. Non farli sentire soli e separati dalla società e dalle città in cui vivono.

Un primo banco di prova è il corteo che, il prossimo 4 luglio, attraverserà le strade di Carinaro ed Aversa. La classe operaia porta la vertenza fuori dalla fabbrica per cercare la solidarietà e l’appoggio concreto della cittadinanza, delle istituzioni, di tutti quelli che in queste settimane hanno pronunciato belle parole e a cui adesso si chiedono azioni concrete.  La vertenza dell’Indesit riguarda tutti perché è in gioco la qualità della vita nell’intera Terra di Lavoro, da dove nel corso degli anni se ne sono andate troppe grandi aziende nell’indifferenza generale. In un territorio già vessato dall’inquinamento ambientale, dal potere della criminalità organizzata, dal lavoro nero se chiude l’Indesit sarà un po’ colpa di tutti, soprattutto di chi oggi si sente indifferente o immune. L’indifferenza è sintomo di egoismo. Due mali di questa società che si è assuefatta alle storture di un sistema politico, economico e sociale che non funziona più, o forse non ha mai funzionato.





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