di Vincenzo Viglione Girando per le strade di questo territorio, per lavoro, per curiosità o per piacere (si fa per dire) la domanda che spesso mi rimbomba in testa è: cosa significa vivere in terra di camorra, per quelli che ci vedono da lontano?

In molti potrebbero rispondere che è difficile vivere tra morti ammazzati, intimidazioni violente,  guerre per la conquista della piazza di spaccio piuttosto che del domino economico-imprenditoriale del territorio. Guerre che troppo spesso negli anni riecheggiano hanno calato lenzuoli bianchi sul sangue di coloro che nulla avevano da spartire con la camorra, e di fronte ai quali ancora in troppi continuano a rispondere: ma chissà che ci sarà sotto?... non era meglio se si faceva i fatti suoi?

Domande che velate da un’aura di saggezza popolare da parte di chi le pronuncia, nascondono la paura più recondita di chi per “quieto vivere” preferisce calare la testa di fronte alla vigliaccheria gridata dalla canna di una pistola, invece che guardare in faccia una dignità che va quotidianamente sgretolandosi, non solo nel dramma che risuona ogni qualvolta le centinaia di pagine di giornali e notiziari amano riempirsi degli arresti, dei sequestri, delle vittime, affidando alla fredda statistica numeri che andrebbero guardati da una prospettiva completamente diversa rispetto a quella di cui può farsi vanto un qualsiasi Ministro della Repubblica.

Una prospettiva che nello specchio dell’ennesimo obiettivo raggiunto, rimanda nell’oblio quella che rappresenta la vera lotta a tutte le mafie. Quella fatta sulle scelte più o meno consapevoli che ogni giorno condizionano in maniera subdola il nostro vivere il quotidiano. Come quando in un bar ci si interroga sulla marca del caffè che stiamo bevendo, al mercato si comincia a pensare alla provenienza della frutta e della verdura piuttosto che del pane che mettiamo in tavola ogni giorno, sul perché i rifiuti continuano a rappresentare un problema e non una risorsa, sul perché della presenza di tante società di vigilanza private laddove basterebbero le forze di polizia per svolgere lo stesso servizio.

Insomma, qui la guerra più che armata è psicologica, e va intrapresa innanzitutto con se stessi. Perché se è vero che non ragionare su certe scelte è la base di quel “quieto vivere” che tanto ci fa credere di stare al sicuro, è anche vero che proprio questa sicurezza rappresenta l’autentico brodo di coltura di quelle metastasi camorristiche che giorno dopo giorno soffocano la nostra vitalità, la nostra gioia, la nostra serenità, obbligandoci a vivere da popolo sottomesso, rassegnato, precipitato in un torpore a tratti disturbato dal rumore di una frenata, di uno sparo e dal tonfo dell’ennesima vittima innocente, colpevole unicamente di essersi fatta i fatti suoi.

Quelli di andare a trovare la ragazza prima della partita a calcetto, di andare a prendere i figli a scuola, di stare in compagnia dei propri amici, di essere semplicemente sul posto di lavoro e di non voler essere derubato dei frutti di tale lavoro.

Quei fatti che rientrano nel vivere normalmente la propria vita.

 

Vincenzo Viglione





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